mercoledì 4 maggio 2011


Gottfried Benn













A poco a poco un medico aveva raggiunto i ventinove anni e il suo aspetto non era tale da suscitare sensazioni di un qualche genere particolare.
Nonostante gli anni si interrogava su questo e su quello. Continuava ad afferrarlo una spinta a cogliere il senso dell'esistenza. Chi lo realizzava pienamente?

da Cervelli di Gottfried Benn

martedì 3 maggio 2011

Basilica di San Pietro, Beatificazione di papa Giovanni Paolo II















Esalta, anima mia, la gloria del Signore,
Padre d’immensa Poesia – così buono.

Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,
ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.

In te risuoni, anima mia, la gloria del tuo Signore,
Artefice dell’angelica Sapienza – Artefice clemente.

Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite
nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante –
grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza,
perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta.

Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi
- la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –
Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,
ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.

Benedico la Tua semina a levante e a ponente –
Signore, semina generosamente la Tua terra
che diventi un campo di segale, un folto di abeti
la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, dalla vita.

La mia felicità – grande mistero – Ti esalti
perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,
perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,
perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia
e in questa melodia Ti sei svelato in visione – attraverso il Cristo

- Guarda davanti, Slavo! i falò di Sobótka
Non ha perso le foglie la quercia sacra, il re degli alberi non s’è inaridito,
anzi, è divenuto come un dominatore e un sacerdote del popolo.

Esalta, anima mia, il Signore, per un silenzioso presagio,
per la primavera echeggiante di gotica nostalgia,
per l’ardente giovinezza – il calice inebriante del vino,
per l’autunno che ha sembianza di stoppie tristi e di erica.

EsaltaLo per la poesia – per la gioia e il dolore!
- Gioia di dominare la terra, il cielo e l’oro,
perché nelle parole s’incarna la delizia e l’ardore delle generazioni,
perché Tu cogli questa maturità che Ti si stende davanti.

Dolore – la tristezza serale dell’indicibile
quando la Bellezza ci avvolge in un’onda d’estasi,
Sobótka la festa pagana celebrata con canti e danze intorno ai falò nel giorno di San Giovanni.

Dio si china sull’arpa – ma sulla distesa rocciosa
il raggio si spezza – manca forza alle parole,

mancano le parole. E mi sento un angelo caduto –
una statua sul pietrame – sul piedistallo di marmo;
ma Tu alitasti nostalgia nella statua e nello slancio delle braccia,
così si solleva e anela – uno di questi angeli io sono.


E ancora Ti esalto perché Tu sei l’approdo,
la ricompensa d’ogni canto – il giorno del sacro pensiero –
e la gioia echeggiante dell’inno materno,
il silenzioso compimento della parola – Sei il Culmine, Eli!

Sii lodato, Padre, per la tristezza dell’angelo,
per la lotta tra canto e menzogna, il combattimento ispirato dell’anima –

- Tu annulla in noi l’amore per la parola
e spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia.

Cammino sui Tuoi sentieri – io, un trovatore slavo –
suono durante i sobótki per pastori e ragazze tra le greggi,
- ma il canto orante, il canto immenso come la terra
lo getto al piede del trono di quercia, a Te Unico.

Sii benedetto, o canto tra tutti i canti!
Sii benedetta, semente della mia anima e della luce!
Esalta, anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle
il velluto e il raso sovrano.

Benedetto è l’Intagliatore di santi, Slavo e profeta –
Abbi pietà – io canto come un pubblicano ispirato –
Esalta anima mia, con il canto e l’umiltà
il Tuo Signore, con l’inno: Santo, Santo, Santo!

Il canto, ecco, si unifica: Poesia – Poesia!
- il grano anela come l’anima mia che soffre insaziabile –
- che i miei sentieri si stendano all’ombra di querce, di betulle,
che la mia giovane messe sia gradita al Signore.

Libro Slavo di nostalgie! Echeggia sui confini
come gli squilli degli ottoni nei cori di resurrezione,
con vergine canto sacro, con una poesia reverente
e con l'inno dell'Uomo - Magnificat di Dio.

Cracovia, 1939, primavera-estate

Karol Wojtyła, Magnificat (Inno)

giovedì 28 aprile 2011

Foto di Valentina Ferrari















Elicone: Sembri affaticato.

Caligola: Ho camminato molto.

Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo.

Caligola: Era difficile da trovare.

Elicone: Che cosa?

Caligola: Ciò che volevo.

Elicone: E che volevi?

Caligola: La luna.

Elicone: Che?

Caligola: La luna. Sì, volevo la luna.

Elicone: Ah, e per fare cosa?

Caligola: E' una delle cose che non ho.

Elicone: Sicuramente. E adesso? È tutto a posto?

Caligola: No, non ho potuto averla. Sì, ed è per questo che sono stanco. Tu pensi che io sia pazzo.

Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono troppo intelligente per pensare.

Caligola: Sì, d'accordo. Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti.

Elicone: E' un'opinione abbastanza diffusa.

Caligola: E' vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.

dal Caligola di Camus

lunedì 18 aprile 2011

Sant'Agostino



















Cum autem fictio nostra refertur ad aliquam significationem, non est mendacium sed aliqua figura veritatis.

Sant'Agostino

lunedì 4 aprile 2011


La bacheca di Lista Aperta nel chiostro
della facoltà di Lettere e Filosofia a Firenze
la mattina dopo la festa degli anarchici del 3-4-11





















Avremo un bel da fare, avremo un bel da fare, andranno sempre più veloci di noi. Maggiormente di noi. Non occorre che un acciarino per bruciare una fattoria. Occorrono, sono occorsi molti anni per costruirla. Non è difficile; non ci vuole molto. Ci vogliono mesi e mesi, c'è voluto lavoro e ancora lavoro per far crescere una messe. E non ci vuole che un acciarino per dar fuoco ad una messe. Ci vogliono anni e anni per far crescere un uomo, e c'è voluto pane e ancora pane per nutrirlo. e lavoro e lavoro e lavori e lavori di ogni genere. E basta un colpo per uccidere un uomo. Un colpo di sciabola e la cosa è fatta. Per fare un buon cristiano occorre che l'aratro abbia lavorato vent'anni. E' nel genere della sciabola lavorare un minuto. E' nel genere dell'aratro lavorare vent'anni. E' nel genere della sciabola lavorare un minuto; e di fare di più; d'essere più forte. Di farla finita. Allora noi altri saremo sempre i meno forti. Andremo sempre meno veloci, ne faremo sempre di meno. Noi siamo il partito di quelli che costruiscono. Loro sono il partito di quelli che demoliscono. Noi siamo il partito dell'aratro. Loro sono il partito della sciabola. Noi saremo sempre battuti. Loro avranno sempre la meglio su di noi, su di noi.
Avremo un bel dire. 

C.Peguy, da Il mistero della carità di Giovanna d'Arco

mercoledì 16 marzo 2011

Charles Baudelaire



















E' questo immortale istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. Con la poesia e, insieme, attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l'anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; o quando una poesia perfetta fa nascere le lagrime agli occhi, queste lagrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell'imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato.

Charles Baudelaire, in Art Romantique

venerdì 11 marzo 2011

Andrea Pisano, L'arte dell'Architettura (1337-1341)
Campanile di Giotto, Firenze




















La bellezza è per entusiasmare al lavoro,
il lavoro è per risorgere.

Cyprian Norwid